Scrivendo un articolo sulla nostra professione per la prestigiosa rivista Nova Itinera diretta dal magistrato dr. Stefano Amore, ho pensato che le riflessioni, le previsioni e le speranze che stavo esprimendo potessero avere un qualche interesse anche per i miei colleghi.

La figura del dichiarante doganale è molto antica ed è documentata da secoli e il riconoscimento della nostra attività come professione intellettuale nel 1960 ne certifica l’essenziale funzione nella catena logistica degli scambi internazionali anche se, per una serie di motivi che credo tutti noi conosciamo, è  spesso percepita, soprattutto dalle PMI che sono parte largamente maggioritaria del mondo produttivo italiano, solo nella funzione dichiarativa trascurando la più importante attività consulenziale.

Nel  relativamente breve periodo della sua esistenza la professione ha subito una serie di eventi, decisioni politiche, interventi normativi che hanno inciso profondamente e quasi sempre in senso negativo sulla propria attività: l’abbattimento delle frontiere europee ha di fatto eliminato qualsiasi formalità doganale verso alcuni dei più importanti mercati esteri del sistema produttivo italiano; una legislazione europea più attenta ad esigenze mercantilistiche che alla protezione della sicurezza dei consumatori, delle esigenze erariali e della proprietà intellettuale, in contrasto con quanto avviene nelle economie più importanti del mondo,  ha eliminato la riserva di legge sulla rappresentanza doganale aprendola sostanzialmente a chiunque; la globalizzazione e la progressiva riduzione delle barriere daziarie e extra tributarie sembravano destinare all’estinzione o quanto meno ad un pesantissimo ridimensionamento questa attività.

Tuttavia anche il mondo dell’economia ha i suoi corsi e ricorsi e molti degli ideali ispiratori che sono stati il motore di questa spinta verso un utopico mondo di pace aperto agli scambi e proiettato verso un futuro generalizzato di benessere si sono infranti contro il muro di una realtà forse idealmente più meschina, ma più pragmatica, più aderente alla natura umana: l’egoismo degli stati e dei singoli, la voglia di prevalere, l’invadenza politico-commerciale della Cina, la resilienza a qualsiasi forma di ridistribuzione della ricchezza, le tensioni ideologiche e religiose, lo sconsiderato moltiplicarsi delle leve finanziarie nell’illusione di una facile ricchezza hanno provocato una brusca e rapida inversione di marcia riportandoci verso uno schema di rapporti internazionali che pensavamo appartenere al passato.

A questo si sono aggiunti due ulteriori cataclismi, da una parte il crescere vertiginoso dell’informatica che ha aperto a soluzioni ritenute fino a pochi anni fa fantascientifiche, dall’altra il cambiamento climatico provocato da un sempre maggior inquinamento e la relativa necessità di rivedere completamente radicate abitudini sulla produzione ed uso dell’energia e sui consumi in generale.

Tutto questo ha profondamente rivoluzionato il nostro mondo riportando in auge dazi, misure protezionistiche e/o sanzionatorie, restrizioni, adempimenti e divieti legati alla politica green, il tutto gravato da pesanti sanzioni anche di natura penale.

La professione si trova quindi di fronte ad uno scenario totalmente nuovo in cui la tradizionale attività dichiarativa che è sempre stata e attualmente è ancora il principale business dei doganalisti è destinata inevitabilmente ad una contrazione generata da importanti semplificazioni formali, dall’irrompere dell’intelligenza artificiale e dalla dematerializzazione delle dichiarazioni mentre la nascita di una serie di adempimenti extra-tributari delegati all’amministrazione doganale che impongono un elevato livello di professionalità e di conoscenze, la crescente tendenza dell’Unione Europea e delle norme sanzionatorie nazionali ad addossare, a fronte delle semplificazioni, pesanti responsabilità  all’operatore economico anche per fatti su cui non ha alcuna possibilità di conoscenza e controllo  con sproporzionate ripercussioni economiche e penali non solo sul reato intenzionale, ma anche sugli errori, impone il ricorso a consulenti doganali in grado di abbassare o possibilmente annullare il livello di rischio.

Quando più di mezzo secolo fa ho iniziato la mia attività professionale il principale problema verteva sulla classificazione doganale delle merci a cui ogni altra incombenza era strettamente legata, il tutto in una situazione tecnologicamente, politicamente e fiscalmente relativamente semplice e stabile, oggi la tumultuosa crescita scientifica, la crescente e imprevedibile instabilità internazionale, la sempre più complessa e a volte irragionevole legislazione unionale, la complessità della catena logistica, la crescente importanza della fiscalità e delle barriere extra-doganali impongono la crescita di una funzione consulenziale di ampio respiro e alta specializzazione.

Il nuovo scenario porta inevitabilmente ad una trasformazione e crescita delle competenze tradizionali per cui alle già acquisite capacità in ambito strettamente doganale si affianchino capacità nelle nuove  future già delineate incombenze e in tutte quelle attività e conoscenze nei settori limitrofi al momento doganale per cui il doganalista, pur senza invadere il campo di altre professioni, sia in grado di legare gli adempimenti doganali a tutte le attività, restrizioni e insidie legate al commercio internazionale trasformandosi da semplice dichiarante doganale, attività che comunque continuerà a rivestire un importante aspetto della professione, in un consulente sui traffici internazionali.

Per raggiungere lo scopo è necessaria una conoscenza più approfondita in svariati campi: dal diritto, nazionale e unionale, alla contrattualistica, dalla logistica alla compliance doganale, dalle regole, divieti e imposizioni doganali dei principali mercati alle implicazioni fiscali.

Purtroppo non esistendo un corso di laurea specifico per la nostra professione, anche per la modesta platea interessata e per la dispersione territoriale dei doganalisti, ed essendo molto carente la disponibilità di docenti sulle specifiche materie sarebbe necessario introdurre nei corsi di studio giuridici ed economici specifici percorsi legati alle attività doganali e ai commerci internazionali.

L’ordine ha comunque perseguito un percorso di alta formazione in collaborazione con le università, integrando l’equipe dei docenti con colleghi particolarmente preparati e con dirigenti dell’Agenzia delle Dogane con l’obbiettivo di creare un nucleo di professionisti di alto livello in grado di accompagnare le aziende in tutto il percorso dell’internazionalizzazione consentendo agli operatori economici di ridurre al minimo i rischi e sfruttare le opportunità e di potersi anche proporre all’Agenzia in un ruolo di sussidiarietà garantendo l’osservanza formale della normativa doganale tributaria ed extra-tributaria senza, ovviamente, precludere l’indispensabile funzione di controllo della stessa.

Recenti traumatici eventi, dal Covid alla guerra Russo-Ucraina, dalle tensioni politico-militari nell’area del Pacifico al parziale blocco della navigazione nel mar Rosso, unitamente alla recente guerra dei dazi, dimostrano che tutta la delicata organizzazione del commercio internazionale può essere soggetta a improvvise e impreviste tensioni che in un mondo produttivo fortemente interdipendente possono avere conseguenze estremamente dannose.

Per questo nella mia personale visione del futuro della professione vedo una figura, affine a quella dei commercialisti nella fiscalità nazionale o meglio ancora quella degli avvocati d’affari americani, capace di sostenere e indirizzare al meglio le imprese nella giungla delle norme nazionali, unionali e internazionali non sempre tra loro armonizzate, ridurre i rischi, sfruttare le opportunità, incrementare la compliance doganale e abilitata a compiti di sussidiarietà che, se ben compensati ed equilibrati tra elasticità e dinamismo privato e rigore legale pubblico, possa rendere più moderni e dinamici i nostri commerci internazionali che, non dimentichiamolo, sono una componente essenziale del nostro PIL.

E’ un obbiettivo estremamente ambizioso e di non facile attuazione perché sarebbe necessario far percepire questa opportunità alle imprese e superare resistenze e arroccamenti derivanti da abitudini e tradizioni, ma non mancano in ognuna delle parti in causa, doganalisti, amministratori pubblici e privati e politici, personaggi aperti all’innovazione.

La situazione è in continua e profonda evoluzione e ci pone in bilico tra una brillante rivitalizzazione e l’assorbimento nel disordinato mondo dei dichiaranti doganali spesso professionalmente sprovveduto, ma la discriminante sta tutta nella risposta ad una sola domanda: abbiamo la contezza della situazione e la disponibilità, capacità e volontà di trasformare e far crescere noi stessi?

Doganalista, Presidente del Consiglio nazionale degli spedizionieri doganali.
Titolare dell'azienda fondata nel 1957 dal padre ha svolto per molti anni l'attività classica di spedizioniere doganale attualmente portata avanti dai figli ed attualmente si occupa principalmente di consulenza in campo doganale e intracomunitario.
È stato per circa vent'anni membro del Consiglio Territoriale dell'Ordine professionale di cui otto come presidente.