Il pensiero personale e appassionato di chi è stato formato alla scuola degli spedizionieri doganali e considera un privilegio essere diventato doganalista
Nei convegni, nelle tavole rotonde, nelle occasioni pubbliche del settore, la nostra professione viene celebrata con dedizione. Le istituzioni ne ribadiscono l’importanza. La saggistica ne riconosce le competenze. E tutti concordano nel collocarla al centro: non della semplice catena logistica, ma dell’intero commercio internazionale.
Poi c’è la quotidianità, ed è lì che, a volte, affiora una sensazione diversa: che il lavoro del pre e del post sdoganamento non riceva sempre la considerazione che la sua posizione nella catena del valore meriterebbe.
Vale la pena fermarsi su questo punto. La dogana di oggi non è più il luogo in cui si calcolano dazi e imposte. È diventata il crocevia di controlli sanitari, vincoli di sicurezza, misure extratributarie. E, sempre di più, delle regole che nascono dal Green Deal e dalle tensioni geopolitiche. Una materia complessa, che si complica ulteriormente a ogni stagione normativa.
Governare tutto questo richiede attenzione costante, formazione che non si ferma mai, una lettura lucida del rischio. Trattare l’assistenza doganale come un accessorio significa esporre i flussi commerciali a responsabilità che non sono affatto marginali. Ed è qui che il discorso si sposta, quasi da sé, dal prezzo al valore: alla sicurezza giuridica che sappiamo garantire nel tempo. Riconoscere la dignità di questo lavoro non è una rivendicazione. È la condizione perché il mestiere resti sostenibile, e perché la competenza continui a nutrirsi della passione che la tiene viva.
Un’utile chiave di lettura ci arriva dalla nostra stessa storia. All’origine, la norma ci definiva spedizionieri doganali. Poi la materia è maturata, i traffici sono cambiati, e con essi la nostra figura. La legge 25 luglio 2000, n. 213, ha riconosciuto gli spedizionieri doganali iscritti all’Albo come esperti negli adempimenti connessi agli scambi internazionali, affiancando alla denominazione storica quella di doganalista. Un termine nuovo per accompagnare una professione chiamata a misurarsi con esigenze nuove.
Forse è stata proprio l’efficacia di quella parola a favorirne la diffusione. Doganalista dice molto in poche sillabe: dice specializzazione, dice profondità. E accade così che, in perfetta buona fede, la si adoperi talvolta impropriamente anche per attività che appartengono al mondo della logistica.
Il mercato globale ragiona per grandi volumi. Nell’aria si respira la tentazione di guardare soltanto alla standardizzazione dei processi, alla massa delle operazioni. Ma l’eccellenza si misura altrove. Non nel numero delle trasmissioni, non nella rapidità di un click. Il vero bilancio si legge sulla tenuta della tutela del committente nel lungo periodo, su quel notevole “margine” di correttezza formale e sostanziale che soltanto un’analisi attenta, cucita sul caso, sa assicurare.
Anche la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale sono risorse preziose, ma la tecnologia non sostituisce il giudizio. Affidare a un algoritmo la decodifica di restrizioni commerciali, regole di origine, sanzioni di varia natura, senza il dubbio metodologico e il know-how di chi legge la norma con occhio critico, priva il sistema di un’elasticità di pensiero che nessuna automazione riesce a replicare. La complessità doganale vive di sfumature, di valutazioni tecniche, di elementi di fatto. Chiede, ogni volta, rigore nel rispetto della regola e una sensibilità tecnico-giuridica che si acquisisce solo con l’esperienza.
Questa consapevolezza permette di osservare i cambiamenti del settore con serenità, compresa l’apertura alla rappresentanza. La qualità della consulenza non teme il confronto con i grandi numeri. Non c’è nulla da imporre: c’è, semmai, un pensiero da condividere tra colleghi, nella convinzione che la cura del dettaglio sia una delle risposte più naturali alle sfide che verranno. È la professionalità a fare il risultato. Ed è da lì che nasce l’autorevolezza che da sempre segna il rapporto tra il doganalista, le Autorità e l’Amministrazione.
Siamo iscritti a un Albo. Abbiamo superato un Esame di Stato severo, valutati in commissione anche da chi poi sarà chiamato a controllarci e a rilasciare le autorizzazioni doganali. Quel riconoscimento reciproco è un patrimonio raro, il frutto di una validazione statale che continua ad attestare il valore della professione e il suo contributo alla corretta applicazione della norma e alla compliance degli scambi.
L’impegno e la costanza, alla lunga, dicono la loro anche di fronte alle logiche della produzione industriale applicate ai servizi. La nostra forza sta proprio nella distanza tra la serie e l’approccio sartoriale, ed è in quella distanza che il mercato può arrivare a comprendere una cosa: lo sdoganamento non è un prezzo da confrontare, ma un valore aggiunto. Quasi un privilegio competitivo.
Queste righe non offrono risposte, né indicano una strada. Nascono dal desiderio di condividere qualche pensiero sul nostro ruolo, sul valore che continua a esprimere, sulla responsabilità di esercitarlo ogni giorno.
In una fase di trasformazione così profonda, economica e digitale, forse conviene custodire la memoria del cammino percorso. E da quella memoria guardare più lontano. Perché è quando la norma incontra la realtà, quando le certezze cedono il passo all’esigenza di interpretare e costruire, che la competenza mostra il suo volto più autentico. Affrontare la complessità senza smarrire il rigore, e insieme conservando l’elasticità del ragionamento: qui vive gran parte di ciò che possiamo ancora offrire.
